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Julian Borghesan, una vita al microfono: “In radio ho ritrovato il mio grande amore”

Julian Borghesan, una vita al microfono: “In radio ho ritrovato il mio grande amore”

Conduttore radiotelevisivo poliedrico, autore e profondo conoscitore della musica italiana, Julian Borghesan è da anni uno dei volti e delle voci di riferimento in casa Rai. Dai microfoni di Radio 1 a quelli di Rai Radio 2, Borghesan ha costruito una carriera solida unendo la passione per il microfono a una lunga esperienza sul campo, che lo ha visto anche nel ruolo di stimato cugino d’arte e addetto ai lavori nella discografia che conta. Lo abbiamo intervistato per fare un bilancio della sua recente esperienza al Concertone e per parlare del futuro dei giovani talenti nella musica di oggi.

Tornare sul palco del Primo Maggio fa sempre un certo effetto. Che significato ha per te questa esperienza?

Oramai mi sento quasi a casa, ma l’emozione è inevitabile. Come ho detto anche dal palco, stiamo parlando del più grande appuntamento musicale a ingresso gratuito a livello europeo. C’è un peso e una visibilità enormi, e io ne sono consapevole. Sto facendo dei piccoli passi che però mi stanno regalando grandi soddisfazioni. Pensare che l’anno scorso Massimo Bonelli mi ha chiamato appena due giorni prima per propormi di condurre l’opening. Gli ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo. Da lì è partito tutto: la diretta su Radio 2, e quest’anno il bis con l’apertura per Rai Play, la radio e anche quella mezz’ora iniziale su Rai 3.

Com’è stato quel debutto in tv all’inizio della giornata?

Bellissimo. C’è stata quella meravigliosa sigla con l’intelligenza artificiale e la performance di Arisa che ha riproposto “Futura” di Lucio Dalla. Mi ha fatto anche sorridere quando Arisa ha detto: «Adesso lasciamo lo spazio ai miei colleghi». Sentirsi definire “collega” da lei non è mica male. Però, al di là delle telecamere e dei microfoni della radio, io non perdo mai di vista la piazza. Quel palco è prima di tutto pubblico, gente e musica.

Hai notato un cambiamento nel pubblico sotto il palco?

Sì, la cosa che mi ha colpito di più, e che avevo già intravisto l’anno scorso, è l’età media. C’è un target molto giovane, specialmente nelle prime file. È pieno di teenager. Molti di loro forse non hanno ancora piena consapevolezza del significato storico del Primo Maggio, ma sono lì per amore della musica, per applaudire i loro artisti preferiti.

Oltre alla conduzione, hai fatto parte della commissione artistica per il contest Primo Maggio Next. Come giudichi questa esperienza da selezionatore?

La curiosità non mi manca mai. Ho sempre pensato che oggi nel nostro settore manchi la figura del talent scout tradizionale, e non nascondo che mi piacerebbe sviluppare un percorso in quel campo. Ho un bagaglio vario: la radio, la tv e sette anni passati in discografia a fine anni novanta, lavorando con Caterina Caselli alla Sugar. Ho l’orecchio abituato ad ascoltare le novità. La formula di Primo Maggio Next è molto più vicina al vecchio lavoro di scouting rispetto a quella dei talent show televisivi. Non regala favole: offre un percorso, una visibilità reale e la possibilità di confrontarsi con altri ragazzi che condividono la stessa passione. E, se va bene, si arriva a suonare in piazza.

Quest’anno i numeri sono stati altissimi. Come si gestisce una selezione del genere?

Siamo partiti da oltre 1700 candidati. Credo sia il primo contest in Italia per numero di iscrizioni. La direzione artistica ha fatto una prima scrematura portando i progetti a 120. Noi come commissione li abbiamo ascoltati tutti e ne abbiamo scelti 12 per le semifinali live a Roma. Lì i ragazzi hanno eseguito due pezzi: quello in gara e un altro brano dal vivo. Li abbiamo valutati e riascoltati più volte, perché il livello era davvero alto. Alla fine abbiamo scelto tre ragazze per la finale. Siamo stati felici di questa presenza totalmente femminile sul palco. La vincitrice, Bambina, ha messo subito d’accordo tutti. È parsa la più strutturata, con un progetto solido e ampi marcati margini di crescita.

Nel 2014 hai scritto insieme a Sergio Dallora una guida su come affrontare un talent show. A distanza di qualche anno, hai mai pensato a un secondo capitolo?

No, perché quel libro è una sorta di guida. I consigli su come gestire un provino, come parlare, come guardare la telecamera o come presentarsi davanti a una giuria erano validi dieci anni fa e lo sono ancora oggi. All’epoca non volevamo fare i tuttologi, infatti coinvolgemmo professionisti e amici come Mara Maionchi, Francesco Facchinetti e Federica Gentile, che hanno arricchito la guida con le loro esperienze. Non ho intenzione di scriverne un altro, preferisco fare poche cose ma utili, mettendo il mio know-how al servizio dei più giovani. Credo sia una responsabilità di chi fa il nostro mestiere: il futuro appartiene a loro.

Qual è la tua visione sui talent show televisivi attuali?

I talent funzionano e danno una visibilità enorme, ma sono prodotti televisivi. Il rischio è di creare il percorso di un artista in sei mesi, caricandolo di aspettative, per poi vederlo finire nel dimenticatoio appena si spengono le luci del programma. Parliamo di ragazzi giovani, spesso non ancora strutturati per incassare il colpo. Non significa che i talent siano sbagliati, ma dopo l’esperienza bisogna rimboccarsi le maniche, andare a suonare in giro e costruirsi una base solida. Se pensi di campare solo di selfie e social, la vita artistica è breve. Bisogna fare tentativi, sfruttare ogni occasione, ma la musica si fa dal vivo. Sei arrivato solo quando riempi i palazzetti o gli stadi e la gente paga un biglietto per venire a sentirti.

Hai lavorato a lungo in discografia con grandi nomi come Elisa, Andrea Bocelli, gli Avion Travel e Gerardina Trovato. Ti piacerebbe tornare a quel ruolo?

No, in discografia non ci tornerò, ho già dato. Ho un rapporto splendido con l’ambiente, con i direttori artistici e i presidenti, molti dei quali sono cresciuti insieme a me, ma ora la mia strada è un’altra. In radio ho ritrovato il mio grande amore. La discografia è stata una parentesi formativa straordinaria, nata per caso da una chiamata di Caterina Caselli che mi propose di occuparmi di comunicazione per un mese o due. Sono rimasto a Milano per sei anni e mezzo. Ho vissuto gli ultimi anni di una discografia artigianale, prima dell’arrivo dei social. Allora i progetti si costruivano giorno per giorno, c’erano contratti a lungo termine. Oggi la discografia punta molto di più sui singoli o sui contratti di distribuzione, si investe meno sul lungo periodo e tutto viaggia velocissimo sul web. È un altro mondo, io preferisco continuare a raccontarlo con la mia voce.